Epistolario di Zarata

Sono cominciato le celebrazione del 750° anniversario della nascita di Dante (2020-2021).

Epistolario di Zarata: la veritá storica e la creazione artistica

“La Divina Commedia” è il capolavoro che dovevamo studiare tempo fa nelle aule universitarie. Il mio professore di Letteratura Antica e del Medioevo, Myzafer Xhaxhiu, si esprimeva con una tale immensa passione su Dante e Beatrice da sembrare patetico; ci pareva una persona bizzarra, come se quel mondo lo attanagliasse entro le sue grazie. Invano tentava di convincere noi, i suoi studenti, di leggere l’Inferno, Il Purgatorio ed il Paradiso. In verità noi all’epoca ascoltavamo i Beatles oppure Celentano, Battisti ect. Dante a quel tempo ci sembrava troppo difficile e successivamente ce ne dimenticammo perfino. Anni dopo, quando visitai per la prima volta Firenze, andai alla casa dove ha vissuto Dante e il mio amico e pittore, Frederik Ivanaj, mi mostrò come oltre quasi cinquanta metri più in là si ergeva una volta la casa dell’amata di Dante, Beatrice.

Tempo dopo, redigendo un articolo su Botticelli, scoprii le sue meravigliose illustrazioni sulla trama della “Divina Commedia”; egli gran parte di queste non riuscì a rappresentarle a colori. Davanti agli occhi mi si aprì un altro mondo, con quei corpi che cadevano dall’alto contorcendosi nei gironi dell’inferno, e l’Inferno era senza dubbio la parte più sconvolgente di quei disegni. Ovviamente noi, di quell’altro lato della medaglia, cioè della crudele realtà del mondo umano, quella del crimine, dell’inferno nelle prigioni e nei campi di lavoro forzato, del linciaggio arbitrario dell’essere umano in cerca della propria libertà, abbiamo preso coscienza specialmente dopo i cambiamenti politici in Albania, quando nel 1990 crollava il sistema totalitario e si chiudeva l’epoca della dittatura, come d’altronde accadeva in tutti gli altri paesi dell’Est Europa. Proprio allora cominciarono a diventare note le stragi, i crimini, le violenze e la privazione della libertà di parola, rivelando cosa furono veramente le prigioni di Spac, di Burrel… Eppure, dovevo leggere un articolo della gazzetta albanese sull’illustre latinista albanese Pashko Gjeci e poi uno su Mark Ndoja, per venire a sapere che presso una piccola isola di una laguna, nelle vicinanze del golfo di Valona, a Zvernec, quasi nascosti dal mondo che li circondava, i prigionieri politici trascinavano a fatica il peso di una vita più che dolorosa.

Pashko Gjeci pubblicò la traduzione della “Divina Commedia” quando uscì di prigione, mentre insegnava Letteratura Antica e Rinascimento Italiano all’Università, mentre Mark Ndoja aveva cominciato la traduzione dell’Inferno di Dante a Zvernec. Lessi allora dei passaggi di una lettera indirizzata alla moglie, in cui le parlava delle difficoltà riscontrate nella traduzione di quell’opera sconvolgente, cosa che mi spinse a scrivere questo libro in forma epistolare, valutando proprio quel fatto unico nel suo genere: tradurre “L’Inferno” di Dante subendo in prima persona e contemporaneamente l’inferno dei processi politici di quel periodo, vivendo in prigionia. Una trovata per quanto geniale, tanto tragica allo stesso tempo! Mi sembrava tutto straordinario. Ed è stato proprio allora che ho cominciato a leggere Dante, specialmente l’Inferno, ho iniziato a raffigurarmi le scene e i gironi, il suo viaggio, il suo incontro con l’illustre poeta Virgilio e con le varie personalità della storia e dell’arte che lo accompagnavano lungo la trama dell’opera dove si descrive quell’infinito e pauroso viaggio, da un girone all’altro dell’Ade. L’immagine dell’inferno nell’opera di Dante assomiglia a un cono che diventa sempre più stretto andando verso le profondità della terra, fino a che egli non arriva insieme al suo compagno di viaggio in una grotta in cui trovano una scala che li aiuta a salire verso la luce, a vedere il cielo stellato, per poi giungere dritti in Purgatorio e poi ancora in Paradiso, dove Dante incontrerà la sua Beatrice.

Scrivendo questo epistolario, mi attraversavano la mente diverse immagini. Per cominciare, rammento le immagini di un viaggio verso Zvernec… di molto tempo fa, con la troupe delle riprese di un film. In quell’isola idilliaca, in quel “paradiso” autentico, ho visto la chiesa vuota e il monastero silenzioso dove non c’era più traccia dei prigionieri politici, come Kasem Trebeshina, Tuk Jakova, Mark Ndoja, Spiro Gjoka ed altri. Mi vennero alla memoria anche i racconti del mio amico di adolescenza e di gioventù Henrik Gjoka, il quale ricordava nostalgico quando, insieme a sua nonna, andava a piedi lungo la costa, da Valona fino alla laguna di Zvernec, riuscendo a trascorrere un giorno o due con i prigionieri e con la loro persona cara. Ė questa dunque la scena, i personaggi storici, il loro dramma.

Aggiungo a tutto questo le immagini che mi venivano in mente guardando il castello di Ali Pasha di Tepelena, sulla riva dello Ionio, a Porto Palermo; un castello veneziano che ospitava nelle sue celle circa 200 prigionieri e condannati, uomini, donne, bambini, gente che somigliava a quella dell’inferno dantesco. Persone che, pur circondate dal mare, rinchiuse nel buio totale del castello non avrebbero mai potuto vederlo, il mare; sentivano solo il rumore delle onde e gli strilli dei gabbiani che sorvolavano da qualche parte sotto un cielo che loro non potevano ammirare. Tutto ciò faceva pensare a “L’Orecchio di Dionisio di Sicilia”, e ai tiranni più feroce della storia: pare che Dioniso avesse rinchiuso dentro una cava a forma di orecchio gigante le sue vittime e le spiasse dall’alto in caso tramassero qualche sommossa contro di lui…Tutte queste immagini mi si confondono con quelle dei prigionieri di Zvernec: alcuni di loro venivano da altre prigioni o da campi di isolamento come quello di Porto Palermo, di Tepelena ect.

Ė stata poi, davvero una strana coincidenza che tempo fa, mentre ero al ginnasio, avevo conosciuto la figlia di Mark Ndoia, Marinta. Abitavamo nello stesso quartiere e io allora non sapevo che quella ragazza così gracile e bella era la figlia dell’ex deputato ed ex segretario della Accademia e dell’Unione degli Scrittori, che era finito appunto a Zvernec. Però guarda caso, ci è voluto questo libro per fare sì che lei mi raccontasse chi era. Anche Marinta aveva passato lo stesso calvario del mio compagno Henrik Gjoka; anche lei con sua madre e i fratelli, si arrischiavano ad attraversare la palude per andare a incontrare il loro padre a Zvernec. Lei mi raccontò quello che era successo quando una volta era rimasta indietro da sola e stava per essere inghiottita dallo stagno, ma per fortuna, suo fratello le aveva suggerito, gridando da lontano, di aggrapparsi ai rami di ginestra. E così, afferrando quelle piante e coperta di fango, era riuscita a salvarsi. Posso immaginare per un attimo la giovane disperata costretta ad affrontare le fatalità della vita; una spinta titanica, l’amore per suo padre, le diede forza e volontà per vincere la melma della palude che la stava inghiottendo. Un’adolescente come lei, per poter incontrare suo padre, doveva spogliarsi davanti alle guardie della prigione per essere controllata. Lei si ricordava delle mele che aveva dato a suo padre il giorno dell’arresto, quando lo presero dalla loro casa… le mele che io, pur non sapendo questo fatto, menziono in questo epistolario.

Una straordinaria storia che fa riferimento alla meravigliosa opera di Dante è quella di Xhavit Qose. Egli ha partecipato alla guerra di liberazione contro i nasi-fascisti, facendo il commissario della XXIII Brigada dei partigiani. Lo puoi distinguere accanto a Enver Hoxha in una foto scatata i primi giorni della liberazione dell’Albania. Era un vero idealista. Aveva studiato di Filosofia a Mosca però una volta tornato in Albania egli ha capito che la sua Reppublica Popolare stava slitando verso la dittatura. Fu arrestato nel 1958 e subito costrissero sua moglie di divorziarlo benche avevano dei figli insieme. Dopo la condanna lo mandarono a Zvërnec dove rimase dieci anni e poi al carcere di Burrel, dove di continuo ha fatto gli scioperi di fame. Un giorno egli si informò che Xhemal Ferra, l’amico di una volta in Italia, gli aveva mandato l’intera opera di Dante, la ”Divina Commedia”. Ma il libro non glielo hanno consegnato, con la scusa che provveniva da un cosidetto ”conte” di un paese occidentale. Allora egli fece lo sciopero della fame. Soffrì la fame e la sete otto giorni di seguito, fino a che il comando del carcere si costrinse di darglielo. Quell’uomo ha patito trent’anni di prigionia in vari carceri dell’Albania, ed è stato scarcerato solo nel 1991, quando si stabilì il pluralismo politico.

Dopo la prima pubblicazione di questo libro, una mia amica, la figlia di Tuk Jakova, mi consegnò oltre un libro anche delle lettere che suo padre mandava da Zvernec alla moglie, Mita. Erano delle lettere sconvolgenti, senza dubbio, impressionanti e che mi facevano riflettere e meditare, e mi ispiravano a scrivere di esse, essendo uno squarcio dentro quel mondo di buio quotidiano che incombeva sulla vita dei prigionieri, dopo i processi politici e le gravi condanne. Le ho lette, tornando a casa mentre volavo verso Parigi, e tutto questo mi ha dato i brividi, volando sotto quei cieli pesanti che li vedevo annebbiati per le lacrime. Capii allora che tutto ciò che avevo creato scrivendo questo libro non era altro che una seconda copia, magari pallida, di quella realtà così dolorosa e che faceva parte del mondo dantesco, proprio come aveva immaginato il Sommo Poeta, che chiuse gli occhi in esilio, lontano dalla sua patria, condannato a morte e sempre minacciato fino al termine dei suoi giorno, nel 1321.

Le grandi opere nascono senza dubbio, da un profondissimo dolore…

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Traduzione : Roza Ruci

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Ilsutrazione di Stradano…

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